ABANOJAZZFEST 2005

Il Mattino di Padova
Lunedì, 6 giugno 2005

“E’ stato un bel successo fin dall’esordio il jazz festival di Abano”
Pubblico numeroso per i concerti serali di musicisti rigorosi. Indovinata anche la formula delle notti in club

di Stefano Merighi

ABANO. Il ritorno di un jazz festival ad Abano coincide con un bel successo.
Felice la scelta di un solo concerto a sera, con la possibilità poi di tirar tardi in club; ed interessante l'incontro pomeridiano con i musicisti.
Un modo sobrio e non invadente di riproporre musica creativa nel centro termale che già aveva ospitato rassegne del Centro D'Arte nel triennio 1995-97. Adesso ZEROZEROJAZZ ed Enzo Carpentieri - promotore del tutto e batterista di ruolo - possono progettare qualcosa di più eclatante per il prossimo anno.
Un pubblico numeroso, più di curiosi che di jazz-fans, ha riflettuto sul rigore esecutivo di un pianista come Stefano Battaglia, da molti anni impegnato in una sorta di religione laica dell'improvvisazione istantanea.
Non roba nuova s'intende, ma una dimostrazione di coerenza di che non ha proprio nulla da invidiare a colleghi più istrioni, un saggio di tecnica combinato con un alto grado di rischio. Una musica che non sa evitare una freddezza iniziale, posto che esista una musica "fredda"; nel senso che l'ascoltatore non gode di punti di riferimento ed è invitato a condividere strategie iniziatiche che sottintendono volontario abbandono.
Dubbi, sguardi interrogativi, fino a che Battaglia attacca un vamp ritmico, di quelli subito contagiosi, sulla memoria viva di ciò che Jarrett faceva trent'anni fa e ancora oggi talvolta regala. Un ostinato diabolico, un profumo di blues e di gospel, ed il trio decolla.
Giovanni Maier al contrabbasso è serissimo e macina frasi senza sosta, spesso è lui il solista davanti alle armonie pianistiche; Michele Rabbia è percussionista nervoso ed intrusivo, frastaglia suoni densi avvolgenti, spingendo quasi il piano a esplodere, schiumante. Ed è qui che i contrasti del jazz sorprendono. Battaglia infatti segue traiettorie liriche introverse, non asseconda chi vorrebbe divertimento e torna all'amato astrattismo novecentesco, fino ad un finale di energia speciale, cercata durante tutto il set.
Un pianista intelligente, che sacrifica il virtuosismo in cambio di un felice collettivo artistico.
Ancora più pubblico sabato sera per applaudire "Dufay", quartetto europeo che si ispira al compositore fiammingo Guillaume Dufay, anche se ripropone di quell'autore solo un esangue "Vergine Bella", opportunamente mazzata. E' invece il bassista Tony Overwater a portare brani da eseguire. Ed ecco musica gradevolmente eufonica, però ben bilanciata e speziata da un altro nostro fantastico pianista, Paolo Birro, scolpita dai suoni caldi del sassofono di Erwin Vann, scossa talvolta dalla batteria precisa di Carpentieri. Si coglie subito una distensione esecutiva felice e la volontà non banale di piacere a chi ha sfidato l'afa pur di non mancare al nuovo jazz festival. Le effusioni tra artisti e pubblico sono infatti esplicite, applausi durante gli assoli e quando la musica si accende o rallenta; scroscio finale annunciato e meritato.
La coppia d'assi Markus Stockhausen e Ferenc Snetberger ha chiuso il programma. Il consuntivo e' brillante, poco da dire.


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